Severino Morlin è nato a Nove, in provincia di Vicenza, nel 1934.
Da
un ambiente ricco di stimoli come quello della ceramica, Morlin ha tratto
infiniti insegnamenti da veri maestri decoratori e modellatori presenti nelle
manifatture di Nove.
Frequenta la Scuola d'Arte di Nove e l'Accademia di Venezia dove, su corsi di nudo, approfondisce le tematiche riguardanti la figura umana.
Il suo interesse lo porta ad essere attento ai "temi" di tutti i giorni, ad una società in continuo movimento, della quale riesce a cogliere l'essenza, che trascrive sulla tela o sulla carta.
Molte onorificenze e numerosi commenti critici lo pongono come un'artista completo, per la sua attività artistica lontana dalla retorica e umanamente quotidiana, per la carica di vitalità e di immaginazione, per le sue qualità professionali portatrici di valori, idee e grandi intuizioni volte al millennio.
Le
opere in terracotta, in bronzo, marmo e la pittura gli fanno raggiungere la
piena maturità artistica.
Vive a Bassano del Grappa in via Marchesane n.442.
Telefono 0424.590178, Fax 0424.503173
Atelier in via Segavecchia n.14 a Nove (Vicenza).
Il sorriso cordiale e accogliente di Severino Morlin invita ad entrare nella magica atmosfera del suo mondo d’artista: si varca la soglia dell’antico maglio seicentesco, restaurato con grande accuratezza e sapienza tecnica dal figlio Diego, e lo sguardo si profonde con piacere a rimirare una interessante galleria di dipinti e sculture, immerse in un’ambientazione davvero suggestiva.

L’acqua della roggia che scorre di fianco costituisce un richiamo sonoro alla storia locale e alla natura, e così le travi a vista in legno naturale, le pareti che mostrano i ciotoli del fiume Brenta, dai quali in antico i ceramisti novesi traevano il carbonato di calcio.
L’ambientazione nel suo insieme è orchestrata secondo un linguaggio diretto e naturale, lo stesso prediletto dall’artista, persona genuina e spontanea.
Dopo una vita di quotidiano ed incessante impegno professionale nel settore ceramico e più ampiamente artistico, affronta la rilettura del suo interessante percorso con rara semplicità e naturalezza. Attorniati dalla vitale presenza delle sue straordinarie creazioni, ripercorriamo le novità degli ultimi anni di attività, a cavallo del millennio.
La
ristrutturazione dell’antico maglio seicentesco costituisce un’operazione
culturale di notevole spessore nel suo complesso.
Prima di tutto perché recupera un brano importante di storia locale,
in cui sono individuabili contenuti legati alla storia dell’edificio,
alla sua funzione nell’ambito dell’economia locale.
In secondo luogo perché il modo stesso di procedere nel restauro “apportando le necessarie migliorie, senza intaccare le particolarità dell’edificio e, dove possibile, riportandolo allo stato originario”, come riferisce Diego Morlin, costituisce già di per sè un’importante scelta culturale, veicolo di molteplici importanti messaggi sui temi della tutela e della conservazione in relazione all’ambiente.
La valorizzazione dell’edificio nel rispetto e recupero delle sue storiche
presenze di elementi strutturali e materiali (roggia, ruota esterna, camini
di espulsione, murature in mattoni di laterizio e sassi del Brenta, travi in
legno, gradini e soglia in mattoni, secchiaio di pietra) ha creato la cornice
ideale per l’atelier di Severino Morlin, profondo conoscitore di quei
materiali che lo attorniano recuperati e rivitalizzati.
Entrando nell’antico maglio si avverte un’atmosfera davvero magica.
Una luce soffusa, carica di tonalità calde sprigionate dal legno, dai
mattoni, dai ciotoli, dalle terracotte e dai bronzi, accarezza lo sguardo del
visitatore e lo invita ad addentrarsi, ad incontrare le numerose opere, dipinti
e sculture, disposte con giusto equilibrio degli spazi.
È un affascinante turbinio di presenze silenziose, animate dal fluire
scrosciante dell’acqua della roggia.
Le grandi tele creano ottime scenografie sulle pareti, e con il loro acceso
cromatismo contrastano con i toni ambrati che permeano l’interno del maglio.
La candida scultura a rilievo con Marilyn Monroe è posta vicino ad una
fonte luminosa che esalta la brillantezza del prezioso marmo.
Le sculture in terracotta, bronzo e marmo, con ritratti a figura intera o a
mezzobusto di varie dimensioni, sono sapientemente collocate lungo le pareti
e al centro degli ambienti, creando numerosi punti di attrattiva per il visitatore.
Tavoli con strumenti per la lavorazione della terracotta e della cera, o con
pennelli e colori, cavalletti e sgabelli danno l’idea della multiforme
e dinamica attività creativa di Severino Morlin.
È lo spazio ideale per seguire il filo dell’ispirazione, e questo
è il motivo per cui l’artista ama profondamente lavorare alle sue
opere lì, dove convivono serenamente il senso della natura e dell’armonia.
Fra
i più antichi pionieri della plaga novese vanno annoverati sicuramente
i potenti Tomasoni. Proprietari di numerosi terreni, mulini, seghe e “casoni”
coperti di canne palustri, questa famiglia espresse non pochi notai e uomini
di chiesa, fra i quali tre parroci di Nove. Nel 1398 i Tomasoni possedevano
“alle Nove” cinque campi di terra coltivata, attraversati da una
roggia sulla quale si muovevano una ruota da mulino e una ruota che azionava
una sega da legnami.
Si trattava allora di una piccola derivazione dal Brenta, in seguito denominata la “Roggia Isachina” che tuttora attraversa il paese. Proprio il 29 settembre 1398 i Tomasoni avevano ottenuto dalle autorità preposte la prima concessione a utilizzare “otto quadretti bresciani d’acqua” dalla predetta roggia per le loro attività artigianali. La concessione venne poi confermata al tempo della Serenissima dai “Signori Provveditori sopra Camere”, con sentenza del 19 febbraio 1525. Pare di capire che, all’inizio, i Tomasoni fossero da soli, poi la primitiva sega ad una ruota si trasformò in un imponente complesso di ben otto ruote.
In seguito, subentrarono altri “consorti”, possessori di una o più ruote. Fra questi, gli Zanetti, gli Antonibon e i nobili Mattiazzi, cittadini di Marostica. I Tomasoni mantennero la proprietà di una parte di questa nevralgica officina del paese sino alla metà del Seicento. Il fiume non forniva solo energia ma, sin dall’antichità, era stato un valido mezzo per il transito delle zattere e la fluitazione del legname. I tronchi tagliati sui monti e numerati transitavano per Cismon, Valstagna, San Nazario, Bassano, Nove e Fontaniva, per proseguire poi per Vigodarzere e Limena.
La
presenza di numerosi opifici mossi dalla forza dell’acqua richiamava in
quel di Nove maestranze specializzate: in particolare provenivano dai vicini
paesi della Valsugana. Attorno al 1650 era sceso da San Nazario un certo “Giacomo
de’ Rossi del quondam Iseppo” per lavorare alla sega dei Tomasoni
e degli altri consorti come “segato”, cioè come falegname
qualificato ad adoperare la macchina. Era un baldanzoso ventenne, nato nel 1637
e appartenente a una vecchia famiglia di San Nazario. Dopo alcuni anni di duro
lavoro, il 3 giugno 1659, egli si metteva in proprio, prendendo a livello dal
“domino Sebastiano Zanetti delle Nove” una “porzion di sega
da acqua di esso Zanetti da segar legname di tre rode”, facente parte
di una sega di più consorti di complessive otto rode.
Il 14 ottobre 1997 l’arch. Diego Morlin acquistava lo stabile relativo al maglio da Armando Rossi che, per una singolare coincidenza, aveva lo stesso cognome dell’intraprendente “segato” ideatore del maglio nel lontano 1673.
Oggi negli ambienti del maglio ha trovato una congegnale e scenografica sistemazione lo studio dell’artista Severino Morlin: noto ceramista, pittore e scultore.
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